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Arredo – e decoro – urbano. Questione di gusti. Purtroppo.

Oggi parliamo di stupidaggini personali o collettive. Poco importanti, ma antipatiche.

Nel mio palazzo, in Via Paolo Sarpi a Milano, c’era un problema. Appena entrato, il povero inquilino veniva assalito dalla vista – vabbé non proprio all’entrata, ma all’interno del cortile – di una quantità di ceste per i rifiuti che ai sensibili – come la sottoscritta – erano in grado di rovinare la giornata (o la serata).

Mi sono presa la briga di proporre al condominio, che mai si mette d’accordo, il regalo di una serie di vasi di design (Serralunga – Luisa Bocchietto la designer) da me acquistati regolarmente senza sconti giornalisti e varie ed eventuali, con tanto di ricevuta. Giusto perché erano grandi grandi, coprivano la monnezza, erano belli. Li ho presi rossi, perché in Chinatown sembrava un bel gesto… Ho speso uno stipendio e mezzo mensile. Sono stata felice.

I vicini di casa approvano, in assemblea condominiale (2 ottobre), la mia idea. Ordino i vasi, i vasi arrivano. L’amministratrice scrive però sugli atti dell’assemblea che io li regalo. Non che i condomini li accettano. Me ne accorgo pochi giorni fa, dopo che il signore del piano terra, che era solito parcheggiare la sua auto dentro il suo magazzino (non potendo), dopo avermi urlato addosso brutte parole e coalizzatosi con i vicini, convince l’amministratrice a farmi scrivere che i vasi vanno tolti, che sono brutti, che non stanno bene, che deve essere trovata un’altra soluzione.

Già. Perché lui, col suo furgoncino, non ci può più manovrare agevolmente come prima, né tantomeno inquinare come prima. Non bastasse l’aria che già respiriamo.

Ebbene. Mi ritrovo nella condizione di chi ora deve tornare indietro
da un gesto stupido, che però per me aveva un senso "comune",
considerando che stiamo parlando di una casa a ringhiera, e di persone
che stanno davanti a Emilio Fede anche tutta la giornata, oltre che
lamentarsi dei cinesi. Nella vicenda, avevo fatto i conti – male – con
il consenso comune del palazzo, ma non con un’amministratrice scaltra,
che non è intenzionata ad aiutare chi ha – credo – idee. Vabbé.

Vedo che il Comune ha messo delle panchine in Piazza Duomo. Non sono
state fatte da designer noti come la Bocchietto né dalla Serralunga di
Biella. A me non piacevano. Neppure a Sgarbi piacevano. Però
un’indagine di Mannheimer ha definito che c’è un buon consenso dei
cittadini. Della maggior parte dei cittadini.

Allego la ricerca che mi sono fatta inviare dal Comune di Milano, e
riprendo a pensare, mio malgrado, tristemente, come Nanni Moretti: "Io
credo nelle persone, però non credo nella maggioranza delle persone. Mi
sà che mi troverò sempre a mio agio e d’accordo con una minoranza"
.

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Come faremo a vincere le elezioni, questa volta, con Vespa che insieme a una sessuologa dà addosso ai blog, e con dei condomini così, appiccicati alla tivù senza guardare oltre il proprio naso, lo sa solo Veltroni.

Speriamo
nel decoro, se non nell’arredo. Qui sembra tutto un grande condominio,
che a furia della violenza dei modi, e delle parole, tiene e man-tiene
tutto esattamente come prima. Evviva la Graziottin, dunque, ed evviva le automobili nel cortile.

Le panchine in piazza Duomo, dopo tutto, non sono poi così male.
Quasi quasi mi ci sdraio e mi faccio visitare dalla Graziottin.

PS: Una mia amica, una volta, mi disse, dopo anni di psicanalisi: "non siamo noi ad avere problemi con il mondo. E’ il mondo che è fatto sbagliato".