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Raccontare Deborah Bergamini. Riproviamo.

Dopo le email e le telefonate di persone amiche che mi invitano a sbilanciarmi sulla questione morale, a dire che insomma alla Rai è una vergogna, e che le cose non dovrebbero funzionare così, e che la cosa pubblica malgestita è uno schifo – ma non ci sono già abbastanza blog che si lamentano, sull’internet italiana? – continuerò a "superare" il giudizio, e il pregiudizio, o la giusta arringa morale, o l’ingiusta claunnia, e raccontare Deborah Bergamini.

Mi permetto, peraltro, visto che la questione del "conflitto di interessi" è da mò che ce la portiamo dietro, e anche se onestamente spero che l’attuale Governo faccia qualcosa in merito (o no?) già oggi, a mio parere, è troppo tardi. Hanno fatto una figuraccia a non sistemare le cose. Dovevano metterlo a posto subito, quel dettaglio lì (ecco un giudizio espresso). Magari dieci anni fa, invece di fare inciuci.

Riabbraccio quindi il ruolo di umile narratore di fatti visti e conosciuti, e continuo onestamente a raccontare, come in Africa fanno i griot e il mio amico fraterno Filippo Ughi mi ha insegnato si fa a teatro. Anche se i lettori veloci, quelli uso e consumo subito, si indispettiranno un pò dei tempi lenti di questo racconto . Pazienza.

La seconda volta che ho incontrato la Bergamini è stato all’Hotel Crown Plaza di Roma, sull’Aurelia Antica. Quell’albergo, dove tanti manager si alloggiano per il pranzo, è sistemato proprio dietro la sede di due aziende imponenti. La Telecom e la Mediaset. Gli uffici della Mediaset, in particolare, stanno proprio di fronte al Plaza.

Quelli della Tim, invece, sono sempre di fronte, in linea d’aria, ma separati da una collinetta che comunemente chiamano Domus Paci (da sempre proprietà del Vaticano). Quella collinetta per i comuni mortali è impercorribile. E invece, per gli amministratori delegati e i manager che hanno falsificato le chiavette per entrare, è una facile scorciatoia per andare al lavoro, in macchina, e passare dall’Aurelia Antica, dal Crown Plaza o dai giardini di Villa Pamphili direttamente nella sede Telecom.

I poveracci, ovvero gli impegati, invece, devono fare un giro interminabile, dall’Aurelia Antica all’Aurelia, e spendere 15-20 minuti di tempo in più, per arrivare alla sede di lavoro.
A loro il Vaticano non ha dato il permesso. Tant’è.

Al Crown Plaza io non ci andavo a pranzo. Ci andava credo spesso il mio capo, Massimiliano Zuco, con altri importanti o non importanti manager. Quella volta ci capitai perché era un "pranzo di lavoro". Dovevamo parlare – ancora! – del contratto con la Rai.

Arrivarono Carlo Nardello e la Bergamini con l’auto – e soprattutto l’autista – dei direttori Rai. Non erano i soli con l’autista, perché i direttori, in Rai, sono tanti. E perché c’è gente che anche se non esercita più, ancora mantiene il benefit dell’autista. Che io sapessi, invece, alla Telecom l’auto con l’autista ce l’avevano soltanto il direttore generale e l’amministratore delegato. E se non eri più direttore generale, mica ti lasciavano l’auto.

Comunque, l’auto e l’autista in questione era di Carlo Nardello. Direttore dei palinsesti, e anche del marketing. Quindi capo di Deborah Bergamini, anche se un capo sui generis. I due credo avessero fretta. O comunque, l’impressione è che avessero più fretta di noi, forse perché  eran venuti apposta dal centro di Roma (Viale Mazzini), forse perché avevano un sacco di cose da fare, o forse perché erano palesemente persone più importanti di noi, che si muovevano per un contratto, e non certo per la simpatia di noialtri.

Non ricordo che cosa ci dicemmo. Ricordo che il mio super-capo, comunemente chiamato Zuco, uno tra i manager prediletti dall’allora direttore generale Mauro Sentinelli, fece qualche accenno alla mia biografia di giornalista, in modo gentile, devo dire (nonostante poi non credo mi amasse molto). E ricordo che sia Nardello sia la Bergamini avevano questo fare poco istituzionale, molto aperto, al contrario dei mega-manager Rai o che ne so, delle Autostrade, o di Trenitalia, o delle Poste, che avevamo incontrato sino ad allora. Tutte persone importantissime, per carità, ma molto poco socievoli. Senza mai un sorriso sul volto, da chissà quanto tempo.

Presero un pesce, un caffé, qualche telefonata al cellulare e poi scheggiarono via.
Noi due, io e Zuco, rimanemmo lì un pò come ebeti, a guardarci in faccia. Ma li abbiamo visti davvero oppure no, mi chiedevo? E se sì, che cosa ci siamo detti?

Forse, semplicemente, quelle riunioni servivano, a due aziende così diverse ma così simili, in fondo, a dirsi l’un l’altra: "non posso dire di non fidarmi di te. possiamo andare avanti. questa è una cosa importante per la nostra società, alla quale teniamo". Forse, vedersi e pranzare insieme, era servito a quello.
Non a dirsi "ci fidiamo". Ma a dirsi "andiamo avanti". Forse.   
                                                                                       il racconto – non articolo – continua