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Authority di genere: chi veglierà sulla prossima gaffe di rilievo?

In occasione dei webinar organizzati da Le Contemporanee e #Halfofit ho fatto un pensiero sullo status quo della presenza delle donne nei media, rispetto a quando ho cominciato ad occuparmene, circa una decina di anni fa, con le associazioni Non Chiederci La Parola e Pari O Dispare.

Nel lontano 2011, infatti, insieme ad un collettivo femminile realizzai una web serie ironica dal titolo La Réclame, contro le pubblicità offensive nei confronti delle donne. Serie pubblicata da L’Unità diretta da Concita de Gregorio e molto seguita, perché recensiva il lavoro dell’art director, il responsabile delle pubblicità orrende a cui ci toccava assistere. Era divertente, e colpì nel segno. I pubblicitari citati dalle recensioni – causalmente tutti maschi – col tempo sono diventati sempre meno. Le istituzioni hanno regolato meglio il settore, in generale, salvo rare eccezioni: mi riferisco ai cartelloni Pro Vita dedicati alla pillola abortiva del mese scorso, fortunatamente ritirati dai singoli comuni.

Perché in realtà sono stati fatti tanti passi avanti nel mondo della pubblicità. Siamo, invece, fermi, o regrediti, in quello della produzione dei contenuti. Perché la pubblicità, non fosse per il timore di perdere clienti, qualche passo avanti sul tema del corpo, delle forme, dell’approccio alla femminilità, del racconto e dello sguardo di genere l’ha fatto. Anche all’utilizzo dei messaggi maschilisti, tutti stanno attenti.

Nel settore editoriale, invece, giornalistici anche, nell’ultimo decennio ne abbiamo viste di cotte e di crude. Solo nell’ultimo mese abbiamo appena assistito ad un programma di Rai Uno – Detto Fatto – in cui una ragazza in piena epoca Covid insegna alle telespettatrici come fare la spesa sexy su due tacchi, ammiccante. E chi si è occupato di decidere cosa fare? Pur essendoci una Commissione Vigilanza, e un Consiglio di Amministrazione, ancora una volta ad occuparsi della questione è stato l’amministratore delegato. Trasmissione sospesa, e poi riaccesa il 9 dicembre, se non sbaglio. “Polemica chiusa”, hanno scritto. Mi domando, in che senso? Cosa è stato superato, esattamente? La trasmissione è ancora in palinsesto, chi veglierà sulle prossime “gaffes di rilievo”?

Monitorare e riportare è il mestiere dell’Osservatorio di Pavia, che produce per RAI un rapporto annuale. Ecco per il 2019 come è raccontata la donna, e soltanto in sintesi.

  • sono più giovani degli uomini – in particolare se conduttrici o co-conduttrici e giornaliste;
  • più spesso degli uomini hanno una presenza socialmente e professionalmente anonima (19,1% vs. 9%);
  • meno spesso degli uomini rappresentano il mondo dello sport (2% vs. 6,1%), della politica (3,7% vs. 9,3%), dei media (3,8% vs. 6,3%), dell’imprenditoria (2,8% vs. 6,1%) e le forze dell’ordine (1,6% vs. 3,5%);
  • più di frequente hanno il volto della madre e/o casalinga (4,3% vs. lo 0,9% degli uomini padri e/o casalinghi) o della studente (7,3% vs. 3,5%);
  • rispetto agli uomini rappresentano meno il mondo dell’alta borghesia –che rimane la classe socio-economica più visibile – e più la classe media impiegatizia, la classe operaia urbana e la marginalità socio-economica (persone disoccupate, inabili al lavoro, che percepiscono sussidi o altro)

Finché non ci sarà una regola da rispettare, i passi avanti sono legati alla buona volontà dei singoli. Gli strumenti per la parità di genere, invece, dovrebbero essere applicati anche ai media, e avere un potere sanzionatorio.

Perché denunciare, abbiamo visto, non è sufficiente, e purtroppo i quotidiani non danno il buon esempio.

Uno per tutti, lo sappiamo bene, è Libero, che pur sopravvivendo grazie al finanziamento pubblico (anche quest’anno godrà di più di 5 milioni di euro di sostentamento) non manca di titolare “Patata Bollente: la vita agrodolce di Virginia Raggi“, “Vieni avanti Gretina, la rompiballe va dal Papa“.
Ed è per questo che insieme a Pina Picierno, Costanza Hermanin, Chiara Gribaudo e tante altre abbiamo lanciato una petizione, chiedendo che quanto meno le testate misogine non godano di finanziamenti pubblici.

Visto il silenzio assenso, in attesa di un organismo che definisca le responsabilità di chi offende e lede la dignità femminile, singolarmente o collettivamente, continuiamo e diventiamo sempre più brave nell’arte di collezionar firme. Per togliere il finanziamento pubblico ai quotidiani misogeni, siamo a 6.000.