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Chi sarà mai questo creativo milanese?

Mentre i mitici signori della Moleskine ci invitano a seguire la "mano del designer", la Camera di Commercio di Milano traccia un identikit del designer milanese. Vi ci ritrovate?

L'identikit generico è questo: ambientalista, social networker, expo-ottimista. Tre su quattro chiedono rappresentanza, sindacale o di associazione. Curiosità (filamente!!!!): con la crisi rinuncia all'happy hour ma non alla cultura (bravi!!). Si lavora però più di 50 ore alla settimana (come minimo, direi!!).

Di seguito i dettagli sulla vostra identità, strasondata, a quanto pare…. 😉

Designer e creativi milanesi: si sentono vicini in particolare ai temi ambientali e alle comunità virtuali come il peer2peer e il social network. Mentre l’Expo suscita speranze: il 62% la considera una grande opportunità per la città, soprattutto per il suo potenziale impatto anti-crisi sull’economia della città (21,5%) e per la possibilità di costruire quelle infrastrutture che mancano a Milano. Cresce anche la voglia di rappresentanza: se circa uno studio su 2 non è iscritto ad alcuna associazione, 3 su 4 sentono la necessità di avere un organismo collettivo che tuteli gli interessi dell’economia creativa milanese. Il valore più sentito dai creativi milanesi è l’indipendenza (per il 97% è il valore principale da conquistare). Ma non c’è solo l’interesse per sé stessi: tra i valori principali c’è anche l’essere utile agli altri (90%). Sono questi alcuni dati che emergono dalla ricerca: “Tribù creative nella città infinita” della Camera di Commercio di Milano in collaborazione con il Consorzio Aaster.

Meno happy hour, più cultura. L’economia della creatività made in Milan tiene, anche in tempi di crisi. E così se si contrae il fatturato (per 3 studi su 4) e cresce lo stress da lavoro (per il 62%), l’occupazione non diminuisce, così come rimane ad alti livelli la fiducia nei propri colleghi e nell’economia in generale. Cambiano però gli stili di vita: meno superfluo (il 44% ha ridotto le spese, il 26% l’happy hour), ma alla cultura non si rinuncia (l’81% non ha tagliato le spese per i musei, il 68% per i libri). Ciò che non cambia è invece il modo di lavorare: nel 70,7% dei casi si collabora con altri studi e agenzie, soprattutto per sviluppare progetti richiesti dalle piccole e medie imprese (in quasi 2 casi su 3), e rimanendo in ufficio fino a tardi (1 creativo su 4 lavora oltre 50 ore settimanali). E si lavora soprattutto perché piace farlo, piuttosto che per le gratificazioni materiali (solo al sesto posto tra le priorità sul lavoro).  


Tutti i dati della ricerca

 

La percezione di Milano come capitale del design. Milano si conferma la capitale mondiale del design, precedendo Londra e New York. Questo almeno per i giovani designer provenienti da tutto il mondo e che hanno partecipato all’ultima edizione del Salone Satellite. Ma tale giudizio cambia a secondo della cittadinanza degli intervistati: sono soprattutto i giovani dei paesi emergenti (asiatici e dell’Est Europa) e dell’Europa meridionale (soprattutto italiani) ad assegnare alla metropoli italiana lo scettro di capitale mondiale, mentre tra i giovani designer provenienti dall’area anglosassone e dai paesi dell’Europa centro-settentrionale Milano perde posizioni a favore di Londra e New York.

Come lavora. Il 70,7% degli operatori dell’economia della creatività milanese (design, comunicazione, organizzazioni di eventi, ICT, audiovisivi, moda) collabora attivamente tra loro per creare nuovi progetti e prodotti, il 67% si scambia informazioni di natura tecnologica, il 55% scambia e condivide le commesse e il 40,1% si scambia anche il personale. Nel 75% dei casi, poi, gli studi e le agenzie creative lavorano con grande autonomia rispetto al committente finale.

Con chi lavora. Il fenomeno della creatività nell’area metropolitana milanese rimane profondamente e saldamente legato al mondo delle piccole e medie imprese, sia manifatturiere che dei servizi: per il 35,8% delle agenzie infatti i due principali clienti sono PMI del mondo manifatturiero, e per il 32,3% del terziario. Più contenuto è invece il ruolo di committenza del mondo delle istituzioni pubbliche (17,5%) e delle grandi istituzioni culturali (10,9%) con la sola parziale eccezione del mondo dell’arte in cui quasi il 50% indica di aver avuto tra i due principali clienti un’istituzione pubblica. A Milano la creatività rappresenta dunque un fenomeno quasi del tutto indipendente rispetto all’economia pubblica.

Gli orari di lavoro. La creatività rappresenta un mondo professionale caratterizzato dall’esperienza di un forte stress lavorativo per il 62,1% degli intervistati. D’altra parte solo per il 14,3% degli intervistati il proprio ruolo può essere facilmente ricoperto da altri. E’ inoltre un mondo sotto pressione anche dal punto di vista del peso degli orari di lavoro sul tempo di vita: se il 27% del campione di professionisti lavora fino a 40 ore, ben il 27,7% dichiara di lavorare 50 ore settimanali e un restante 26,5% supera anche questo limite.

Le priorità  sul lavoro. Il contenuto e lo sviluppo professionale prima delle gratificazioni materiali tra le priorità dei creativi milanesi. Sono infatti il contenuto stimolante delle mansioni (punteggio di 8,91), seguito dallo sviluppo professionale (8,87), dalle sfide e responsabilità (8,38) e dall’incontro con clienti stimolanti (8,35) le quattro principali priorità sul lavoro. Al quinto posto l’autonomia degli orari (8,22) mentre la retribuzione si piazza solo al sesto posto (7,97).

L’impatto della crisi: sul lavoro…. Tre studi professionali di creativi su 4 hanno registrato un calo di fatturato negli ultimi 6 mesi, il 73,4% ha visto diminuire le commesse e i clienti, il 75% ha difficoltà nel riscuotere i pagamenti. Quasi l’80% dichiara anche di avere maggiori difficoltà nell’accordarsi con il cliente sul prezzo. Ma la fiducia non è intaccata: il 51,9% è certo che i clienti rispetteranno le condizioni contrattuali stabilite, mentre il 75% continua ad avere fiducia nel cooperare tra colleghi. Tiene anche l’occupazione, in virtù del basso grado di sostituibilità della forza lavoro specializzata.

…e sugli stili di vita. Per via della crisi cambiano anche gli stili di vita dei creativi milanesi. Si taglia il superfluo (ma non la cultura): il 44,1% ha ridotto le sue spese, il 36,4% per le cene o i pranzi, il 28,8% per i week-end fuori città, il 28,4% per il cinema e il 26,2% per l’happy hour. L’81% non rinuncia però alle visite ai musei, così come non si registra una diminuzione delle spese per l’acquisto di libri (68,4%) e di quotidiani (58,9%).

Il rapporto con Milano. I creativi milanesi sono cittadini al tempo stesso metropolitani e cosmopoliti. Il 38,4% ha infatti una forte identificazione con la città/area metropolitana, con il mondo in generale (36%) e con l’Europa (30,8%). Minore appeal riscuotono invece lo spazio nazionale (solo il 22,6% ha forte identificazione con l’idea di Italia) e le identità territoriali intermedie come la regione (14,9%) oppure il Nord Italia (12,5%). I punti di forza di Milano, per gli operatori dell’economia creativa, sono l’esistenza di ampie occasioni di svago (voto pari a 7,2 su una scala 0-10), seguita dalla presenza di professionalità nel settore (7,1), dall’accessibilità internazionale di Milano (6,8), dalle opportunità di lavoro (6,6) e dalla qualità delle università e dei centri di ricerca (6,5). Se avesse la possibilità di scegliere, 1 creativo su 3 vivrebbe nella zona di Porta Venezia, seguita dall’area di Via Savona-Via Tortona (32%) e dal quartiere Isola (18%). Segue il quartiere di Pagano (14%). Mentre vivere in una media città di provincia (12%) è preferito a vivere in Corso Buenos Aires (6,8%) o in Via Paolo Sarpi (5,4%).

I valori. Per i creativi milanesi il valore maggiormente ricercato è l’indipendenza (valore considerato molto o abbastanza importante per il 97% dei rispondenti), seguito dalla soddisfazione dei propri desideri (93,2%). Ma non c’è solo l’interesse per se stessi: tra i valor principali c’è anche l’essere utile agli altri (90,1%) e il dare a tutti le stesse opportunità nella vita (89%). Al quinto posto c’è la ricerca di una vita piena di novità e cambiamento (88,3%) mentre anche il vivere in una città sicura è fondamentale (per l’82%). Al contrario, raggiungere una posizione elevata è considerato un valore molto o abbastanza importante solo dal 50%. I creativi milanesi si percepiscono soprattutto come una classe creativa (57,5%), liberi professionisti (46,8%) e lavoratori della conoscenza (33,5%). Solo il 14,1% si percepisce come appartenente al ceto medio, e anche meno (il 4,2%) alla classe operaia. Rispetto al milanese medio, i creativi frequentano maggiormente le persone straniere (il 41,6% lo fa spesso rispetto al 26,9% dei milanesi), vanno più spesso all’estero sia per lavoro (12,6% rispetto al 5,6%) che per vacanza (16,2% rispetto al 9,4%), e usano più frequentemente l’e-commerce (20,3% rispetto al 16,3% dei milanesi).

A chi si sentono vicini. Il fenomeno culturale e politico a cui si sentono più vicini i creativi milanesi è il multiculturalismo (voto 9,42 in una scala da 0 a 10), seguito dai movimenti ambientalisti (9,03) e dalle comunità virtuali come il peer2peer (8,63) e i social network (7,9). Non solo virtuale ma anche la tradizione: al quarto posto tra i fenomeni più vicini c’è la riscoperta delle identità locali (8), seguito dalla cura del corpo (7,85). Sopra alla sufficienza anche la vicinanza alle tribù giovanili urbane (6,49) e all’ecologismo radicale (6,35). Sotto il 6 la vicinanza ai movimenti per la vita (5,98), ai comitati per la sicurezza (5,62) e soprattutto ai format televisivi (3,64).

La questione Expo. Tra i creativi milanesi prevale una visione positiva dell’Expo come grande opportunità per la città (62,3%) rispetto a un 37,7% degli intervistati che mostra dubbi (il 17,2% lo percepisce come un’opportunità solo per alcune oligarchie imprenditoriali). Tra chi ha una visione positiva dell’appuntamento del 2015, si sottolinea sia il suo potenziale impatto anti-crisi sull’economia della città (21,5%) che la possibilità di costruire quelle infrastrutture che mancano a Milano (20,7%). Ma per il 20,2% è anche un’occasione per migliorare le relazioni di Milano con il mondo.  

La questione della rappresentanza. Il 53,1% degli studi e dei professionisti intervistati non è iscritto ad alcuna associazione di rappresentanza degli interessi. Ma solo il 25,1% non sente la necessità di avere un organismo collettivo che tuteli gli interessi dell’economia creativa milanese. Il 34,6% esprime invece una domanda di rappresentanza strettamente professionale (le modalità albo professionale e ordine professionale) e oltre il 40% esprime un bisogno di tutela di tipo sindacale, soprattutto per ottenere politiche pubbliche favorevoli a tutta la categoria (40,5%), una difesa rispetto alla committenza (36,9%) e la promozione di codici deontologici (26,5%). In questo quadro, i creativi milanesi indirizzano due tipi di domande alle istituzioni delle imprese: la promozione del mercato attraverso un’azione nei confronti delle imprese perché aumentino il loro utilizzo di servizi creativi (40,6%), assieme ad una esigenza di tutela che si esprime nella richiesta di una mediazione rispetto al rapporto con il mondo della finanza (17,3 %) e nella promozione di servizi di welfare (16,5%). Seguono due istanze di riconoscimento: l’una di rappresentanza del sistema della creatività (32,6%), l’altra di modifica del sistema di riconoscimento formale degli studi creativi (22,6%).