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Raccontare Deborah Bergamini, senza Berlusconi

Mi è capitato, settimana scorsa, di telefonarmi con Deborah Bergamini per la presentazione di un libro della casa editrice Rai Eri. E ieri, dopo aver letto i giornali, non ho potuto astenermi dal ri-chiamarla. Domani la chiamerò ancora (e vi terrò informati). Ma nel frattempo, inizio un racconto che parte da lontano, e che non è di parte alcuna, se non la mia personale esperienza.

Conosco Deborah Bergamini da circa cinque anni. Periodo in cui la sottoscritta faceva il suo mestiere, in un ambito che più sfortunato, rispetto alla tivù, non si può. E infatti, mentre Deborah definiva il marketing della Rai, io facevo i "palisesti", se così li si può chiamare, dei cellulari della Tim. Avete presente il divario? Io dentro allo schermo di un telefonino. Lei dentro lo schermo dei contenuti veri, il video, la televisione pubblica.
Mica quelli che si comprano via sms, così, al chilo… Insomma, due pesi e due misure infinitamente incomparabili, per importanza. E anche per potere, direi.

Appena "la Bergamini" (quelli che come me lavoravano dentro i media, così la chiamavano, e non "Debbi") approdò in Rai, ricordo il subbuglio all’interno degli uffici. In quel periodo la Tim stava siglando il primo accordo per la distribuzione dei palinsesti delle tre reti pubbliche via cellulare. Appena Deborah arrivò, dunque, tutti quelli che lavoravano con lei, o che avrebbero ambito lavorare con lei (erano in tanti, ve lo assicuro!) erano in agitazione.

Si sapeva che era stata inviata direttamente da Berlusconi, ma nessuno gliene faceva mai cenno. C’era un gran chiacchierare su quello che avrebbe fatto. E i quadri intermedi dicevano. "Hai visto che ufficio le hanno dato?". E poi. "Appena chiede una cosa, subito le viene data". E ancora. "In Rai c’è gente che aspetta da anni di mettere a posto una tendina, e invece a lei tutto pronto subito. Appena chiama la sua segreteria la gente corre".

C’era una curiosità quasi morbosa, direi, intorno alla sua persona. E se devo esser sincera, anche io ero curiosa di conoscerla, questa famosa Deborah, di cui tutti parlavano.

Capitò presto. Mi ricordo la prima riunione nel suo ufficio – credo al primo o al secondo piano – con una vetrata che non era poi così tanto ampia, ma che tutti descrivevano come una semi-reggia. Insomma, quell’ufficio non era veramente un granché, a parte il fatto di essere grandino. Era preceduto dalla classica fila di armadietti di metallo grigiarstro dei corridoi Rai e non c’era praticamente niente, che raccontasse la sua persona, lì dentro.

Entrammo nella stanza. Mi accompagnavano, credo, un paio di collaboratori con cui lavoravo, della Tim. Non credo ci fosse il mio capo, anche perché in cinque anni penso di averne cambiati una decina. Dunque lei era a sua volta circondata dai suoi collaboratori (molti di più, e molto più importanti di noi). Fu molto gentile. Ci chiese se volevamo un caffé, come si usa sempre nelle riunioni aziendali, e poi si cominciò a parlare. Il suo telefono squillava parecchio. E ad un certo punto lei ci abbandonò per un’altra riunione. Finimmo così per continuare e terminare senza lei… Di riunioni, per un contratto come quello, se ne fanno sempre tante. Quella non era la prima, né sarebbe stata l’ultima.

Dunque, che cosa mi rimase, della famosa Bergamini, da quella prima riunione? L’idea di una donna non sofisticata, abbastanza normale nel vestire, e di bell’aspetto. Un viso quasi da angioletto, una voce molto suadente, e una grande iperattività. E poi il potere, inespresso, non detto, ma sempre presente. Quasi incombente, direi.

Era impressionante. La Bergamini chiamava Clemente Mimun, chiamava tutti i giornalisti più importanti, e ci parlava alla pari. Una cosa che, a quelli come me, non sarebbe mai potuto succedere. Però non è neanche vero che le fregasse solo delle persone "importanti".  Lo sapete che Deborah Bergamini, giusto così, per esempio, ha un blog?
                                                                                     (il racconto – non articolo – continua, credo domani)