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Perché a Marco Baliani non piace la scrittura

E’ raro incontrare un autore che non persegua semplicemente la propria strada narrativa, ma la misuri parola per parola al contesto in cui si esibisce. E’ accaduto ieri sera, grazie a Marco Baliani. Un “griot” raro e poliedrico, che ha mostrato “Tracce” del proprio percorso (questo il nome dello spettacolo) nella solitudine di un palco scarno, con il solo aiuto della voce. Alle volte basta poco per zittire centinaia di persone in sala. Quell’enorme poco che che sono trent’anni di racconti, storie, confronto con il testo, una sedia e te stesso. Quel che è certo è che al Teatro Zandonai di Rovereto – in occasione di Educa, Festival dell’Educazione – ieri sera, abbiamo respirato poesia.

“Bambini che guardano con stupore le stelle, è lo scopo e la conclusione”. Al poeta Thomas Dylan ha rubato la fotografia d’inizio. Poi, soltanto solo, ha fatto tutto il resto. “Nominare il mondo attraverso le parole, combinando suoni e significati, consente di possedere ciò che c’è intorno a noi. Il miracolo della parola è che quel che dico, all’improvviso, c’è”. La parola narrata, contro la parola scritta. La leggenda di Zeus e Cadmo, che viene insignito del dono più prezioso, l’alfabeto. “Sigillo di un silenzio che non tace, perché appena lo guardi, se sai leggere, ti parla”.

Cosa ci ha tolto la scrittura? “non diamo più un’anima alle cose. Non preghiamo, non chiediamo più il permesso per muovere un sasso, trasformiamo il mondo. E in questo modo gli abbiamo fatto perdere parte della sua magia. Siamo lontani dal mondo primordiale in cui, da bambini, ci chiedevamo se anche un albero si gusti la propria ombra. Parlar di spiriti, desiderio e natura ha ancora sostanza nelle fiabe, dove la magia è possibile. Esse non sono solo un modo per educare i bambini. Sono state pensate anche per gli adulti, per rendere il mondo meno terribile. Ci insegnano a non credere troppo a ciò che vediamo”.

E a una persona come me, che vive di scrittura, tutto ciò fa pensare. Parecchio.

L’incanto non arriva dall’alfabeto, arriva non tanto dalla vista – sopravvalutata dall’Occidente perché unico strumento per stimolare consumismi – ma dall’insieme di vista e ascolto. “Il mare ti incanta per il tuo suono, anche se non t’accorgi, e pensi sia il tramonto”. Ritornare ad immaginare significa – anche – rimettere insieme vita reale, e fiabe. Farle vivere e rivivere attraverso le nostre parole, in modo che siano d’aiuto alla terrificante vita di ciascuno. Le fiabe come strumento per spiegare. Le fiabe come strumento per educare.

Baliani mi ha spiegato cosa significhi, per lui, educare. Ecco qui la registrazione di quanto ha raccontato.

“Seduzione ed educazione hanno la stessa etimologia. Sedurre significa sviare. Educare significa – anche – preparare all’inaspettato, all’ignoto, all’imponderabile”.

E’ un percorso che si può fare anche da grandi. Me lo riprometto, d’ora in poi, di imparare ad esercitarmi allo stupore. Senza scrivere. Anche se poi, scriverlo, lo so, mi sarà necessario.