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L’Ameriqua del piccolo Kennedy. Stereotipi, risate, e un produttore coraggioso

“Quello che voi italiani intendete quando dite ‘ho trovato l’America, io l’ho trovato Qua’”. La perfetta sintesi di Ameriqua sta nelle parole del suo sceneggiatore e protagonista, Robert Kenney III. Ameriqua è un film nato da un sogno. Il sogno tutto italiano di un ragazzo americano che vive una rocambolesca avventura nella dolcevita nostrana, fra Napoli, Roma e Bologna, alla scoperta dell’amicizia, dell’amore e di sé stesso.

Appena laureato, Charlie Edwards si vede tagliare i fondi dalla sua ricca famiglia newyorkese. Costretto a fare i conti con il suo futuro, decide di investire gli ultimi soldi rimasti in un biglietto aereo per l’Italia, ma le cose cominceranno subito male per lui. Derubato al suo arrivo e scaricato dai genitori, non gli resta che raggiungere Bologna, dove Lele, un ragazzo pieno di vita (e di donne), la splendida Valentina e l’americana Vicky lo trascineranno nello spensierato vortice della vita universitaria. Tra feste, spaghettate e guai, Charlie conoscerà l’amore, e soprattutto il fascino irresistibile dell’Italia. 

Ameriqua è una commedia, ma anche un road movie a forti tinte autobiografiche. Charlie non è altro che l’alter ego di Bobby Kennedy III, che firma la sceneggiatura e reinventa la sua esperienza universitaria in Italia per raccontarla sullo schermo. Con occhi innamorati, ma allo stesso tempo esterni, il nipote di Robert Kennedy si diverte a riproporre i cliché più gustosi del Bel Paese in chiave innocua, con l’ingenuità tipica degli esordienti.

Ed esordienti sono anche i registi Marco Bello e Giovanni Consonni, il cui piglio risente della scanzonata eredità di Mtv, in cui entrambi hanno lavorato a lungo. Così ha voluto Marco Gualtieri, anche lui alla sua prima esperienza come produttore. “Tutti nella vita facciamo qualcosa per la prima volta. Se non si dà la possibilità di tentare, come possiamo pensare di andare avanti? Ogni tanto bisogna essere un poco incoscienti, e avere coraggio”. 

Un’opera prima sotto tanti punti di vista, insomma, che comincia con un incontro a New York fra Gualtieri e Kennedy, e finisce con lo sviluppo di un progetto indipendente ma ambizioso, che coinvolge attori come Alessandra Mastronardi, Giancarlo Giannini e Alec Baldwin, assieme a Bobby Kennedy e a Lele Gabellone, che interpretano né più né meno che se stessi. Lucio Dalla alle musiche ci mette del suo, tirando in mezzo il tenore Vittorio Grigolo e scommettendo sul giovane cantautore Marco Sbarbati.

L’omaggio alle mille facce dell’Italia è fatto di altrettanti tasselli. Si va dalle citazioni pop a base di giri in vespa sui colli bolognesi, ai boss mafiosi più caricaturali che pericolosi, agli scioperi strategici in periodo di esami. Cliché su cliché, che diventano delle perfette metafore per raccontare la difficoltà di un ragazzo che si affaccia alla vita adulta, e impara ad affrontare gli ostacoli, anche quelli che l’età fa sembrare insormontabili. Ameriqua è un film fatto da giovani, e rivolto ai giovani. Inutile, quindi, mettersi a scavare alla ricerca di chissà quali profondi messaggi.

Kennedy mette in scena la sua Italia, in cui il mafiosetto baffuto strizza l’occhio al pubblico americano, e allo stesso tempo costruisce una fitta rete di similitudini fra il Bel Paese e i lontani Stati Uniti. Paesaggio, cibo e chiassosità sono elementi che gli spettatori d’oltreoceano si aspettano, e pazienza se quelli italiani saranno un po’ urtati da questi stereotipi che, in fondo, appartengono un po’ a tutti. Là fuori ci sono persone che amano il nostro Paese più di quanto lo amiamo noi. Che stemperano i grandi guai dell’Italia in macchiette di cui è concesso ridere, almeno per una volta, che si stupiscono di tutte le meraviglie che noi diamo per scontate. È questa la vera lezione di Ameriqua. 

Peccato per il doppiaggio non proprio entusiasmante, che penalizza un po’ la vivacità del film, coprendo delle goffaggini che fanno parte della genuinità del progetto e che probabilmente sarebbero risultate simpatiche.

Ameriqua non è un monumento alla perfezione, e girare un college movie a Bologna è una scommessa non facile. Ma è un film di cuore. È una letterina d’amore scritta da una mano un po’ maldestra, e il destinatario è l’Italia tutta, vista guardata dal basso di chi l’ha amata da subito senza capirla, e poi l’ha capita a modo suo, facendone il suo sogno personale.