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A Dubai, con Haifaa al-Mansour, la prima regista donna dell’Arabia Saudita. E una bici verde.

Al Film Festival di Dubai, è appena andata "in onda" la rivoluzione femminista. E il film che ha vinto, "Wadjda" - la Bicicletta Verde – credo lo possiamo vedere in Italia proprio in questi giorni.
E dunque eccomi, nella città dei non luoghi, alla ricerca della prima regista saudita in assoluto. Si chiama Haifaa al-Mansour ed ha realizzato il primo lungometraggio girato interamente in Arabia Saudita da una donna. 
Parla del desiderio di una bimba di 10 anni di possedere una bicicletta per sfidare un coetaneo maschio con il quale le è proibito giocare e per ottenerla farà di tutto contro ogni regola di repressione e maschilismo. 
Passare il capodanno a Dubai non è stato difficile. Come non è difficile affermare che ormai Dubai non è più un non luogo di Augé. Al contrario di tante "dottrine" in voga, io penso sia IL luogo. Il luogo della finzione per antonomasia.
Dubai è trasparente, brillante, nuda. Ma per finta. E' rivestita di vetro e il dentro è il fuori. Ci vedi cosa succede. Vedi le persone muoversi, vedi gli interni delle case. Vedi tutto all'inizio. Ma dopo un giorno ti accorgi che non vedi niente perché la nudità di Dubai è solo formale. Parlando con Haifaa al-Mansour  mi accorgo che anche lei pensa lo stess.
In realtà, la vera Dubai è nascosta. Come le donne che la popolano. Dubai ha un nome dolce ma la questione femminile si risolve qui. Lo sviluppo fallocentrico dei grattacieli e la dissonanza tra la trasparenza del "dentro-fuori" dei palazzi con il "dentro-fuori" delle persone è faticosa da digerire. Perché in realtà, soprattutto delle donne, non vedi nulla. Come, credo anche degli uomini, barricati in tuniche, preghiere, e in astinenze alcooliche. 
Le ragazzine e le donne, però, stanno peggio. Sì sono coperte di nero: è una loro scelnta. Molte non le incontri neppure, che stanno in casa: è una loro scelta. Oggi ne ho incrociate parecchie perché è capodanno ed avevano gli abiti monacali con le spalline borchiate: sì, era una loro scelta ma fino a che punto puoi scegliere in una società in cui non ti è data né alternativa culturale né altra possibile identità alternativa?
Personalmente, dopo aver apprezzato la carineria degli uomini così affettati, ho pensato che la loro gentilezza sia solo formalità. Non è reale. E d'altronde, come può essere "genuino", o quantomeno "trasparente" un Paese in cui le donne non possono rivolgere la parola direttamente ad un uomo per strada? Se non posso neppure chiedere le indicazioni ad un ragazzo della mia età, né guardarlo negli occhi, come posso poi essere gratificata dal fatto di avere uno scompartimento riservato in metro, e che un ragazzino mi offra la sua seduta? Se in moschea non posso entrare dalla porta principale, ma devo accedere da un piccolo pertugio nascosto, come posso pensarmi libera di mostrare la mia identità? Come posso essere "vera"?
Dubai brilla della sua finzione. La ricchezza è vera. Ma è maturata nel privilegio del petrolio, e dunque non è cresciuta culturalmente. Ha soldi dice Haifaa. Non ha avuto bisogno di svilupparsi in modo coerente.
A me non fa fastidio la questione della ricchezza e dello show off. Io malsopporto il gap tra ricchezza e ignoranza. Soffro la dissonanza tra l'avanguardia dei commerci e l'arretratezza dei costumi. Anche lei.