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Eve Esler, la vagina e la ciccia

Ecco una vecchia recensione del 2005, ritrovata grazie alla ciccionissima Gmail mia…

L’esaurimento nervoso per la pancetta post-trenta è il centro del secondo, inutile libro di Eve Ensler. Già autrice de “I monologhi della vagina” la Ensler, cerca di ripetere il successo del racconto dedicato all’organo di riproduzione femminile, alzando il tiro di una spanna. Per concentrarsi sulla zona che si trova più o meno a metà tra il pube e l’ombelico. Quel rotolo di grasso formatosi senza ragione tra i fianchi dell’autrice è il protagonista assoluto di un triste quanto improbabile soliloquio. Possibile che negli ultimi anni la Ensler non abbia potuto pensare ad altro?

Pare proprio di no. Il suo chiodo fisso, ammette con un certo coraggio, è stata la “linea perfetta” che non ha e non riuscirà mai a raggiungere. Giorni interi spesi a pensare al cibo, e a non saziarsi. O a saziarsi di cibo, pensando a come bruciare tutte quelle calorie in palestra. Viaggi in splendide località straniere passati sul tapis roulant (ma non era lo stesso camminare per le strade come fa ogni buon turista alle prime armi?) e sensi di colpa per combattere l’insano desiderio di mangiare. Il tutto confusamente condito da testimonianze – celebri e non – di donne di tutto il mondo che raccontano se stesse attraverso il proprio corpo. Seni straziati dalla chirurgia estetica e glutei ridotti dalla liposuzione. Insomma, le schifezze che tutte conosciamo e alle quali ognuna di noi, a un certo punto, ha dovuto dire o un sì o un no. O sarà presto chiamata a farlo. E tuttavia, ci voleva un altro libro per ricordare all’ex gentil sesso le proprie paranoie quotidiane? E soprattutto, ci voleva un happy ending in cui l’autrice finalmente liberata dalle menate mangia un gelato di nascosto in Afghanistan, là dove è vietato alle donne cibarsi di simile delizia, per dedicare a noi tutte, genere “della vagina”, la sua presa di distanza dal problema della cellulite e del grasso imperante? La prima domanda che viene in mente non è: “ma come ha fatto a liberarsi dalla quotidiana paranoia?” bensì “una delle poche scrittrici di successo di questo nuovo millennio doveva proprio andarsi a scontrare con il più banale dei problemi? Dopo la vagina, per favore, non la pancetta!”. Vorremmo parlare di altro, magari, dopo il trionfo della letteratura erotica, della letteratura alla Bridget Jones e della letteratura “come trovare un uomo: soluzioni quick and dirty”. Possibile che siamo ferme allo stereotipo della bellezza per la bellezza? La Ensler afferma di non essere riuscita a dedicare il suo pensiero ad altro. Un’intellettuale americana, poetessa e sceneggiatrice, non è riuscita ad andare oltre i soliti aneddoti della saggistica dedicata alle donne. Questo significa che stiamo cadendo sempre più in basso o che il tema dei temi è veramente ancora soltanto questo? Sembrerebbe di dover rispondere di sì. Non solo perché il libro termina, appunto, con la fasulla, quasi patetica scena della mangiata di gelato: che l’appesantisce di qualche chilo ma la sgrava dalla zavorra della monomania estetica. E l’invettiva finale – “Corpo giusto, corpo giusto, corpo giusto” – è pensata per trasformare l’esperienza personale in un esempio liberatorio per tutte. Ma si tratta in realtà di una costruzione meramente letteraria che però non convince: non conduce le lettrici a risolvere il problema dell’accettazione di se stesse ma si limita ad affermarne la necessità, lasciando in fondo tutto come prima. Perché in quelle condizioni, il terrore della ciccia resterà a covare sotto la cenere, per tornare a manifestarsi alla prima critica occhiata. Insomma: la fa troppo facile, la Ensler. Un bel fervorino e tutto è a posto. Il tema è molto più spinoso di quanto questa celeberrima americana voglia farci credere. Se vogliamo proprio spendere ancora tempo nelle chiacchiere sul nostro povero corpo che invecchia – e che, in questo processo, al contrario di quello maschile, perde sempre più di fascino – varrebbe la pena di prendere atto della triste realtà. E cioè, da che mondo è mondo, sono le donne belle ad avere successo. La regola è questa, con le conseguenti e fortunate eccezioni. Non è vero che, come dice Walter Veltroni, “le donne brutte non esistono più”. Le brutte ci sono, e sono coloro che per un motivo o per un altro hanno deciso di abbandonare la lotta contro la gravità. Coloro che hanno detto anche se non sono americane: “I give up”. Le più coraggiose? Forse. Le più sicure di se stesse? Forse. Le più realizzate? Forse. O forse no. Dopo aver assistito alle sfilate milanesi, in cui grissini ambulanti incalzavano in modo tanto aggressivo quanto improbabile la passerella, ho pensato a Kate Moss e alla sua magrezza scheletrica. E ai mille espedienti che ha dovuto inventarsi per eliminare il cibo dai propri pensieri. Consapevole di come funzionava il gioco, ha deciso di rimanere magra, a tutti i costi. Fino alla fine. Coraggiosa? Certamente no. Di sicuro speciale. Ma noi donne normali siamo altrettanto consapevoli che un paio di tette rifatte possono far cambiare la direzione a una carriera? Meglio non scordarlo. Anche se si decide poi di non usare trucchetti di questo genere. Con motivazioni forti e nobili che derivano da una consapevolezza ancora più importante: che la vera bellezza non è questione di aspetto, ma di ricerca interiore.

Per questo non credo alla Ensler. E non credo che lei abbia cercato davvero di capire. Ha scritto un libro “di pancia” – in ogni senso – e non di testa. Ma se si resta in superficie come lei, si rimane in balia dei fantasmi che abitano dentro tutte noi: ormai anche nelle più tondette, c’è una Barbie – inculcata nel nostro immaginario da milioni di spot pubblicitari e dalla tv – che ha un vitino da fata, e che aspetta solo la prossima dieta per venire fuori. E per smettere di giocare con le bambole non basta leggere una filastrocca.