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Delazioni pubbliche relazioni

Vi è mai capitato che un'agenzia di pubbliche relazioni vi offrisse un viaggio con il tacito accordo che poi uscisse l'articolo sul giornale per il quale scrivete? Per ora non farò nomi. Cerco solo un aperto confronto, non delatorio, con i colleghi e i blogger. A me è successo che mi abbiano offerto viaggi e lussuosi hotel, e ho sempre rifiutato, perché la trovo una pratica "borderline". Ma magari qualcuno no..

Commenti

Bè, innanzitutto dipende: se il viaggio è per un evento internazionale (ad esempio, il 3gsm forum che è il più importante al mondo per la telefonia) la risposta è sì. Mi piacerebbe molto di più che fossero i giornali a pagare i viaggi, ma non succede mai, salvo per brevi trasferimenti o per gli inviati. Tutti i freelance seguono gli eventi internazionali con i viaggi pagati dalle aziende, almeno nel campo della tecnologia e della ricerca. Sono viaggi dai quali si torna con notevole bagaglio di competenze, contatti, esperienza. L'importante - parlo per me - è non accettare la logica del ricatto. Mi inviti? Bene. Non c'è nulla di interessante? Non scrivo. Non mi inviti più? Amen. E' prioritario mantenere una buona reputazione con il giornale e con se stessi. Altrimenti si perde il gusto della professione. Vado solo se il giornale mi ci manda. E in quel caso vuol dire che non è un viaggio "merenda", ma qualcosa di utile.

Caro Luca, grazie per il tuo intervento, che mi permette di precisare una cosa, innanzitutto. Sto parlando di ciò che è o sarebbe corretto, e non di ciò che succede.
A mio parere, ciò che sarebbe corretto è che i free lance fossero pagati per i loro articoli, nei luoghi in cui stanno, e che per gli eventi internazionali ci fossero attrettanti free lance in loco, pronti a scrivere (con la globalizzazione e i blog vuoi non trovare italiani giornalisti bravi a san francisco o a londra, francoforte, barcellona?). Se un giornalista deve fare un viaggio, credo sia corretto, per la sua struttura intellettuale e la sua "schiena dritta", che sia il giornale a pagare la sua trasferta, nella consapevolezza che l'indipendenza del suo pensiero non sia in alcun modo condizionata da "amicizie" o da "relazioni" troppo strette con chi deve comunicare l'evento. Per questo credo che i migliori giornalisti, per i viaggi, siano gli inviati. Così denominati all'interno della struttura del giornale perché, dopo lunga gavetta, hanno raggiunto una capacità di discernimento e una corrispondenza intellettuale indiscutibile con la linea editoriale - e non alla prova della parola di chiunque -. Non credo quindi, insomma, che siano i free lance le persone più adatte per raccontare i grandi fatti internazionali. Perché sono giovani, alle prime armi, e non hanno la struttura e l'esperienza per avere una relazione mediata con gli eventi. In più, i free lance troppo vicini al meccanismo delle pubbliche relazioni rischiano di diventare, in questo modo, dei meri propositori di interessi esterni, delle aziende, invece che ricercatori di novità. Inoltre, credo che questo meccanismo dei viaggi sia considerato premiante in sostituzione di altri incentivi che il giornale dovrebbe dare ai suoi collaboratori, e che invece spesso non fornisce. Non ti posso pagare bene gli articoli, e quindi ti faccio fare un viaggio.
In questo modo, ripeto, si forma una classe di giornalisti non indipendenti, amanti della bella vita, che spesso vivacchiano un pò con il giornalismo, e un pò scrivendo comunicati stampa per le agenzie di pubbliche relazioni. Quando va bene.
Sono stata troppo dura? E' solo una linea di principio, la mia. Diversi so essere i fatti. E diversi ancora sono i casi singoli, di free lance con una grande esperienza che non si lasciano condizionare da seppur forti condizionamenti...

Ciao Cristina, grazie per la risposta. Provo a ragionare con te su alcuni punti:
- "free lance pagati per i loro articoli nei luoghi in cui stanno": in alcuni casi ci sto, ma non credo sia sempre possibile, anche perchè per alcuni eventi ci vuole un discreta competenza sui temi, spesso i freelance/corrispondenti raccontano solo la cronaca;
- "Credo che i migliori giornalisti, per i viaggi, siano gli inviati". Qui devo precisare una cosa: prima ho detto che i freelance viaggiano con le aziende, ma in realtà lo fanno anche i redattori e gli inviati. Quanto alla lunga gavetta e indipendenza acquisita... magari ci fosse una corrispondenza così diretta... io ho conosciuto freelance che sono molto più preparati e indipendenti di inviati o redattori.
- "I freelance sono giovani, alle prime armi" ???? Se giovani vale fino a cinquant'anni sono d'accordo con te..... e poi ti assicuro che redattori e inviati a volte vengono a chiedere ai 20-30enni consigli e spiegazioni.
- "Non ti posso pagare bene gli articoli, e quindi ti faccio fare un viaggio". Probabile, mi rattrista un po'...
- "classe di giornalisti non indipendenti, amanti della bella vita, che spesso vivacchiano un pò con il giornalismo, e un pò scrivendo comunicati stampa per le agenzie di pubbliche relazioni". Ci sono anche questi, in particolare per le testate minori o specialistiche. Per i comunicati stampa mi è stato proposto più volte: l'ho fatto solo da studente senza reddito.
- Linea di principio, fatti, casi singoli. Sulla linea di principio generale sono d'accordo, nel senso, parliamone, non facciamo finta che sia normale. Mi sono posto spessissimo la questione. E' una stortura legata alla difficile situazione economica dei giornali. A viaggiare con i soldi dei giornali ci sentiremmo tutti più indipendenti. Però i fatti e i casi singoli sono fondamentali. In un ambiente come questo il markettaro viene sgamato subito, e non verrà mai trattato da professionista dal suo giornale.

Piccola aggiunta, sennò sembro uno sbruffone: quanto ai freelance giovani e alle prime armi, io contesto il fatto che siano giovani (non sempre è così) e che i giovani siano impreparati. Ma lo dico in generale: io lo faccio da poco, certamente ho preso qualche cantonata. Ho imparato, non insegnato. Ma vicino a me ho visto gente adulta che non ne sapeva NULLA. E giovani, uno su tutti, molto preparati.... ok.. basta!

Piccola aggiunta, sennò sembro uno sbruffone: quanto ai freelance giovani e alle prime armi, io contesto il fatto che siano giovani (non sempre è così) e che i giovani siano impreparati. Ma lo dico in generale: io lo faccio da poco, certamente ho preso qualche cantonata. Ho imparato, non insegnato. Ma vicino a me ho visto gente adulta che non ne sapeva NULLA. E giovani, uno su tutti, molto preparati.... ok.. basta!

Carissimo Luca
Trovo ora un attimo di tempo per risponderti.
Forse, nella pratica, hai ragione. Una ragione completa, e totale. Tanti giovani in gamba e senza un'assunzione, e tanti assunti che non si aggiornano. Anche io sono una libera professionista (a me il nome free lance non piace, perché in Italia sa un pò di sfigato, purtroppo) e anche io mi sono trovata ad affrontare e risolvere i problemi di cui accenni.. Ma, c'è un ma.
Il mio, però, era un discorso di "teoria".
Capisco la tua foga nel difendere i giornalisti indipendenti e giovani, di cui, anche se a 34 anni, faccio parte anche io.
Ma.
Il mondo non può funzionare per eccezioni. Se ci sono delle regole bisognerebbe che si potesse almeno anelare a seguirle. E non partire già così negativi rispetto a "ciò che dovrebbe essere e che non è".
Un giorno verrai assunto in qualche testata e spero non ti siederai, come hanno fatto in tanti, ad aspettare la telefonata delle pierre per fare il tuo articolo. Non aspetterai il "viaggio premio" in cambio di una mezza pagina. Non manderai in giro giovani free lance se hai dei bravi inviati. Non userai ragazzini malleabili se avrai dei collaboratori con un alta capacità di giudizio e discernimento.
La stampa, a mio parere, non deve essere specialistica. Bisogna saper entrare e uscire dagli argomenti senza restarci troppo. Altrimenti, ci si rimane intrappolati, e si finisce per innamorarsi dei tecnicismi. Quando invece, alla gente, quello che importa è la fotografia della realtà. E non il cavillo...

Sottoscrivo. Non mi piace ragionare per poli opposti. Che siano freelance, liberi professionisti (molto meglio, hai ragione), redattori, inviati, giovani, vecchi, saltimbanchi o nani non conta. Il punto è che siamo noi a fare la differenza. Differenza che nasce da una certa tensione ideale che qualcuno ha, altri no. Quella di cui parli tu. Certo tenere la schiena dritta quando il tessuto connettivo dell'economia in cui ci muoviamo ci mette addirittura i bastoni tra le ruote non è semplice. Ma nemmeno impossibile. Quanto alla specializzazione sottoscrivo 2 volte. Anzi tre. Non per sfuggire dallo studio e dalla competenza (ci vogliono), ma dal cavillo sì.

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