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Cambio di frequenza

Pubblico qui di seguito l’articolo uscito su Nova24 la scorsa settimana. L’apertura, sulla situazione radiofonica italiana, in fieri.

Qualcosa è cambiato, quest’estate, sulle frequenze italiane. A volerla guardare dal punto di vista aziendale, due tra i principali gruppi editoriali del Paese hanno ristrutturato, o perfezionato, le loro strategie all’interno dell’affollato mondo delle radio. E, sempre più in linea con il costume di grandi multinazionali, in cui è il management a guidare le scelte editoriali, i cambiamenti sono avvenuti in periodo estivo. Quasi a preparare il terreno per un ritorno dalle vacanze in cui tutta l’energia sarà da investire nel nuovo corso degli eventi.

Il Gruppo Elemedia (L’Espresso) già da tre mesi ha accolto all’interno
del proprio consiglio d’amministrazione il deejay per antonomasia
Linus. Al quale, dopo undici anni di direzione artistica di Radio
Deejay, ha affidato anche la guida di Radio Capital e Radio M2O.

Il Gruppo Finelco (per il 34% di Rcs), titolare di Radio 105 e
Radio Monte Carlo, tramite un accordo con il gruppo Virgin di Richard
Branson ha dato vita a una nuova radio "Rock Style", e scelto un altro
autorevole personaggio del panorama radiofonico, dj Ringo, per la
direzione artistica. Contestualmente è stato abbandonato il progetto di
Play Radio, durato poco più di due anni, le cui frequenze sono state
ricollocate su Virgin Radio.

Quelli che potrebbero sembrare degli aggiustamenti, spesso invece
sono dei piccoli terremoti nella vita delle persone. Direttori
artistici come Carlo Mancini, l’inventore della formula "Classici e
Notizie" e dal 1999 a Radio Capital, e come Luca Viscardi, dieci anni a
radio RTL e successivamente a Play Radio, hanno lasciato i rispettivi
ruoli ai loro successori. Come tanti titolari di trasmissioni
radiofoniche hanno ceduto il passo ai nuovi arrivati. Chi in signorile
silenzio. E chi facendo un gran polverone.

Al di là delle logiche di Audiradio, che come Auditel per la tivù e
Audipress per la carta stampata, decretano il successo o l’insuccesso
di un network radiofonico, la sostanza è che, nelle radio italiane –
quelle dove la musica costituisce il piatto forte, e l’informazione è
un necessario condimento – la ricerca di ricette è in continua
evoluzione. Quella di Ringo a Virgin Radio, per esempio, è una ricerca
che guarda all’estero, e che ricalca a menadito la sua stessa
biografia. Ringo, personaggio milanese veloce e iper-ricettivo, è stato
l’inventore di Rock Fm (una radio culto negli anni ’90), della
discoteca Hollywood e del locale dove tutti i giovani ballano – ancora?
– sui tavoli, il Loolapaloosa. Nato nel quartiere di Affori (periferia
milanese), a 10 anni era già Porta Venezia (pieno centro), a 14 a
Londra, a 20 a Los Angeles e oggi, che ha superato i 45 anni, dopo un
passaggio all’Isola dei Famosi e un saluto al pm Woodcock per "le
coronarie", persegue indefesso la sua passione per Elvis e i Beatles
come per i Chemical Brothers e i Sex Pistols. E’ il perfetto interprete
di Virgin Radio, che anche in Europa si sta imponendo con un rock
selettivo e pop-underground, e ci racconta: "Abbiamo avuto piena
libertà e nessuna imposizione dal marchio, che peraltro ci piace
parecchio. Le canzoni le programmiamo random tra quelle che crediamo le
migliori, e prima di modificare un palinsesto così asciutto ma anche
così caratterizzato, ci penseremo sopra parecchio. Oggi non c’è nessuna
chiacchiera di personaggi che introducono i brani perché, a mio parere,
di chiacchiera se ne fa già troppa". E aggiunge: "Ogni volta che si
modifica un palinsesto, allora sì sono salti nel buio. A me è stato
chiesto di fare una radio completamente nuova… e non ho mai copiato
nessuno. Al contrario di Radio Deejay, che ha mandato in onda, già
qualche tempo fa, una trasmissione rock proprio nell’orario in cui
storicamente c’era la mia, su Radio 105".

E tuttavia, tornando alle "ricette", il network Play Radio, che ha
preceduto la nascita di Virgin, proponeva invece un piatto forte agli
antipodi di Ringo. Un palinsesto più "televisivo", popolato da
personaggi noti del tubo catodico: "Ultimamente le radio ci hanno
bombardato con personaggi del piccolo schermo – commenta Ringo – come
se la radio bisognasse riempirla di tivù e spendere un sacco di
milioni, per farla funzionare. Ecco, questo non mi piace, perché la
radio è un posto dove la professionalità esiste, e si forma sul mezzo.
La gente deve conoscere la musica, se vuole parlare di musica. E deve
conoscere il lavoro, invece di dire un sacco di cavolate al
microfono…".

Nondimeno, a Radio Deejay ci sono alcuni volti "televisivi". Ed è
il secondo network italiano, con 5.484.000 ascoltatori, secondo
Audiradio.

Video kills the radio stars? L’abbiamo chiesto a Giordano
Sangiorgi, il patron del Meeting delle Etichette Indipendenti e anche
l’ideatore dello sciopero delle radio, avvenuto lo scorso 21 giugno.
"La radio non la ammazzeranno certo i personaggi tivù – risponde -.
Semmai, il pericolo che corriamo è quello di una sempre maggior
programmazione di brani stranieri. Secondo una ricerca pubblicata da
Musica&Dischi, soltanto il 10% di quello che ascoltiamo è musica
italiana. Per non parlare, poi, del poco spazio riservato ai giovani
talenti. Abbiamo fatto uno sciopero per chiedere un tavolo comune tra
etichette musicali, radio, Governo e Siae, e per studiare delle
soluzioni a questo appiattimento sulle case discrografiche straniere.
Di questo passo, le radio rischiano di costruire un pubblico per le
multinazionali straniere, che propongono musica senza identità, che non
valorizza certo la nostra cultura".

Dopo lo sciopero della radio, sembra che la programmazione di brani
italiani sia salita dal 10 al 20 per cento del totale. "Non tanto –
prosegue Sangiorgi – se consideriamo che i dischi che ancora di vendono
sono per metà italiani".

Ma forse le nuove generazioni, la musica, non la comprano più. Più semplicemente, la ascoltano.